. media culture
art . robot . sound
Costanza Silva è una media artist specializzata nella creazione di ambienti interattivi complessi in cui suono e robotica risultano le componenti essenziali di un sistema interconnesso. Silverfish Stream è il suo ultimo lavoro e, secondo la stessa autrice, consiste in 'una esplorazione poetica e sensuale delle potenzialità dell'interazione uomo-macchina'. Due sfere di alluminio dotate di sensori sono immerse nello spazio fisico di una galleria pronte a reagire agli stimoli. La presenza dello spettatore altera lo stato di immobilità iniziale e diventa input per il moto che in realtà pare autonomo. Le due sfere rotolano sul pavimento interagendo tra loro come in un passo a due coreografato, ma con un certo grado di imprevedibilità causata dall'imperfezione della forma. Lo spettatore pare estraneo al movimento eppure è fonte di energia e parte attiva della scena. Il suono generato dall'attrito tra la superficie metallica dei robot e il pavimento, così come dal contatto tra uomo e macchina, è registrato, distorto e riprodotto in tempo reale dalle sfere, ognuna con una sua tonalità, e amplificato nella stanza. Quella che si crea è una corrente (stream) di informazioni multisensoriali (visive, sonore e tattili), ambiente naturale per delle 'creature' meccaniche. Il fatto che i robots non siano antropomorfi è indicativo dell'intenzione dell'autrice di riflettere sulla direzione cui tende l'innovazione tecnologica nell'interazione uomo-macchina, laddove non è la riproduzione dei rapporti umani che si ricerca, ma una relazione altra.
Valentina Culatti
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Silverfish Stream, sfere sonore relazionali
Costanza Silva è una media artist specializzata nella creazione di ambienti interattivi complessi in cui suono e robotica risultano le componenti essenziali di un sistema interconnesso. Silverfish Stream è il suo ultimo lavoro e, secondo la stessa autrice, consiste in 'una esplorazione poetica e sensuale delle potenzialità dell'interazione uomo-macchina'. Due sfere di alluminio dotate di sensori sono immerse nello spazio fisico di una galleria pronte a reagire agli stimoli. La presenza dello spettatore altera lo stato di immobilità iniziale e diventa input per il moto che in realtà pare autonomo. Le due sfere rotolano sul pavimento interagendo tra loro come in un passo a due coreografato, ma con un certo grado di imprevedibilità causata dall'imperfezione della forma. Lo spettatore pare estraneo al movimento eppure è fonte di energia e parte attiva della scena. Il suono generato dall'attrito tra la superficie metallica dei robot e il pavimento, così come dal contatto tra uomo e macchina, è registrato, distorto e riprodotto in tempo reale dalle sfere, ognuna con una sua tonalità, e amplificato nella stanza. Quella che si crea è una corrente (stream) di informazioni multisensoriali (visive, sonore e tattili), ambiente naturale per delle 'creature' meccaniche. Il fatto che i robots non siano antropomorfi è indicativo dell'intenzione dell'autrice di riflettere sulla direzione cui tende l'innovazione tecnologica nell'interazione uomo-macchina, laddove non è la riproduzione dei rapporti umani che si ricerca, ma una relazione altra.
Valentina Culatti
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