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Monome, la gestualità del sequencer

Monome, monome.jpg Il sequencer inteso come interfaccia per l'editing di contenuti ha da tempo travalicato il suo legame culturale con la produzione musicale, diventando un archetipo simbolico della strutturazione di informazioni digitali. Uno dei fenomeni che ha generato è il rompere i confini dello schermo per essere applicato alla costruzione di hardware che ne incarna i principi. Monome lo fa con molta duttilità, ad esempio, recuperando pienamente la gestualità della manipolazione dei campioni. Il concetto di 'tastiera' esplode inglobando l'infinita programmabilità dei suoi elementi bidimensionali. Questi da simboli univoci (note) diventano segni, ossia dal significato sensibile al contesto. In questo modo l'esigenza d'espressione corporea diventa così interfaccia attiva dei processi (similmente a ciò che implementava il Lemur), lasciando che l'adrenalina guidi d'istinto d'intervenire sul flusso dei suoni. La griglia astratta del sequencer diventa, quindi, una sorta di scacchiera dilatata e riprogrammabile che accoglie nelle sue apparentemente rigide geometrie le morbide fluttuazioni del codice che regge l'esecuzione sonora.



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