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"Respirare è qualcosa che i cantanti ancora si ostinano a fare...", secondo quanto sostiene la software house Waves nella presentazione del nuovo plug-in DeBreath. A risolvere pertanto il fastidioso inconveniente è intervenuta la tecnologia digitale con questa applicazione che consente non solo di ridurre, bensì di eliminare dai files di suono i rumori prodotti dal respiro. La traccia vocale viene infatti separata in due elementi, solo voce o solo respiro, ognuno dei quali può essere processato autonomamente. Il rischio che si corre sfruttando un simile tool è di produrre delle parti cantate che non abbiano più nulla di umano e suonino all'orecchio come il prodotto di un sintetizzatore. Che l'uso copioso di filtri sia pratica comune negli studi di registrazione è verificabile ad esempio attraverso l'ascolto di qualsiasi hit pop i cui interpreti non sembrano esseri viventi, con le loro incertezze e naturali inclinazioni, bensì Barbie e Big Jim. L'applicazione commerciale è in controtendenza rispetto alla costante ricerca della naturalezza degli artworks basati sul text-to-speech (si veda il recente Amy and Klara di Marc Bolhen). Se da un lato infatti si assiste alla progressiva antropomorfizzazione della macchina, dall'altro si vuole l'uomo sempre più simile a un androide, in perfetta sintonia con una società paranoica che sviluppa tecniche biometriche di controllo affinchè il corpo umano diventi una password.
Valentina Culatti
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DeBreath, il plug-in che toglie il respiro
"Respirare è qualcosa che i cantanti ancora si ostinano a fare...", secondo quanto sostiene la software house Waves nella presentazione del nuovo plug-in DeBreath. A risolvere pertanto il fastidioso inconveniente è intervenuta la tecnologia digitale con questa applicazione che consente non solo di ridurre, bensì di eliminare dai files di suono i rumori prodotti dal respiro. La traccia vocale viene infatti separata in due elementi, solo voce o solo respiro, ognuno dei quali può essere processato autonomamente. Il rischio che si corre sfruttando un simile tool è di produrre delle parti cantate che non abbiano più nulla di umano e suonino all'orecchio come il prodotto di un sintetizzatore. Che l'uso copioso di filtri sia pratica comune negli studi di registrazione è verificabile ad esempio attraverso l'ascolto di qualsiasi hit pop i cui interpreti non sembrano esseri viventi, con le loro incertezze e naturali inclinazioni, bensì Barbie e Big Jim. L'applicazione commerciale è in controtendenza rispetto alla costante ricerca della naturalezza degli artworks basati sul text-to-speech (si veda il recente Amy and Klara di Marc Bolhen). Se da un lato infatti si assiste alla progressiva antropomorfizzazione della macchina, dall'altro si vuole l'uomo sempre più simile a un androide, in perfetta sintonia con una società paranoica che sviluppa tecniche biometriche di controllo affinchè il corpo umano diventi una password.
Valentina Culatti
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