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È davvero necessario remixare i film per dimostrare che sono delle opere aperte? Come Umberto Eco ha scritto circa cinquanta anni fa: le opere d’arte sono testi aperti ad infinite interpretazioni e riedizioni. Tuttavia la tecnologia digitale, con l’ulteriore spinta del dibatto sul diritto d’autore, ha amplificato la richiesta di materiale open source. In origine con ‘open source’ ci riferiva alla decisione di rendere disponibile il codice sorgente di un software, intendendo che chiunque può copiarlo, riscriverlo e migliorarlo. Il principio da allora è stato applicato alla cultura: ora ci sono romanzi open source, dipinti open source per non parlare dell’enciclopedia aperta Wikipedia. Sul fronte cinematografico il trend attuale è l’open source cinema che si attua quando gli spettatori hanno n ruolo attivo nel modellare il film, suggerendo svolte dell’intreccio, dialoghi e anche il mash up di scene per raccontare la storia in modo più efficace rispetto a come il regista l’aveva pensata. Un esempio recente in questo senso è OpenSourceCinema.org di Brett Gaylor. Secondo il manifesto si tratta di un “progetto documentario per creare un lungometraggio sul diritto d’autore nell’era digitale”. Gaylor ha realizzato interviste a icone del remix, scritto la sceneggiatura in forma di wiki e invitato chiunque a remixare il suo materiale o aggiungere il proprio. Come lui stesso dice: “Per favore – commentate, cambiate, agite, create. Cambiare non è interrompere. Cambiare è evolvere. La struttura si sta dissolvendo. La musica sta girando”. Tuttavia, anche se realizzato da una collettività, un documentario non sarà mai oggettivo; esisterà sempre un punto di vista. Perciò i cambiamenti fatti dai collaboratori potrebbero essere infiniti quanto infiniti sono i punti di vista e il lavoro di Gaylor potrebbe non giungere mai a termine. È forse tale il suo scopo?
Valentina Culatti
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OpenSourceCinema, mash up di documentari
È davvero necessario remixare i film per dimostrare che sono delle opere aperte? Come Umberto Eco ha scritto circa cinquanta anni fa: le opere d’arte sono testi aperti ad infinite interpretazioni e riedizioni. Tuttavia la tecnologia digitale, con l’ulteriore spinta del dibatto sul diritto d’autore, ha amplificato la richiesta di materiale open source. In origine con ‘open source’ ci riferiva alla decisione di rendere disponibile il codice sorgente di un software, intendendo che chiunque può copiarlo, riscriverlo e migliorarlo. Il principio da allora è stato applicato alla cultura: ora ci sono romanzi open source, dipinti open source per non parlare dell’enciclopedia aperta Wikipedia. Sul fronte cinematografico il trend attuale è l’open source cinema che si attua quando gli spettatori hanno n ruolo attivo nel modellare il film, suggerendo svolte dell’intreccio, dialoghi e anche il mash up di scene per raccontare la storia in modo più efficace rispetto a come il regista l’aveva pensata. Un esempio recente in questo senso è OpenSourceCinema.org di Brett Gaylor. Secondo il manifesto si tratta di un “progetto documentario per creare un lungometraggio sul diritto d’autore nell’era digitale”. Gaylor ha realizzato interviste a icone del remix, scritto la sceneggiatura in forma di wiki e invitato chiunque a remixare il suo materiale o aggiungere il proprio. Come lui stesso dice: “Per favore – commentate, cambiate, agite, create. Cambiare non è interrompere. Cambiare è evolvere. La struttura si sta dissolvendo. La musica sta girando”. Tuttavia, anche se realizzato da una collettività, un documentario non sarà mai oggettivo; esisterà sempre un punto di vista. Perciò i cambiamenti fatti dai collaboratori potrebbero essere infiniti quanto infiniti sono i punti di vista e il lavoro di Gaylor potrebbe non giungere mai a termine. È forse tale il suo scopo?
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